È la seconda volta che leggo la frase nel titolo. Prima sulla locandina di un evento che promuoveva il confronto in un ambiente dove “Siamo liberə di dire ciò che ci va”, la seconda in un articolo scritto da un ragazzo su una rivista.
Durante l’incontro ho sentito il presentatore alternare “essere liberi di dire ciò che ci va” e “essere liberi di esprimersi senza la paura di sentirsi giudicati” come se avessero lo stesso significato. Come se fossero interscambiabili. Spoiler: i due concetti non lo sono.
Mi fa venire il nervoso. Non capisco perché venga stigmatizzata quella paura.
Cosa dovremmo fare? Ascoltare come delle scimmie senza cervello un discorso e non giudicarlo?
A livello più o meno conscio tutti lo facciamo.
Certo, va fatto con toni calmi, rispettando tutti i punti di vista, tutte le opinioni, mettendosi in discussione. Ma io voglio sentirmi libero di giudicare.
Quello che penso intendano loro è ‘non giudicare me né i miei pensieri’.
Ma se incontrassero qualcuno in disaccordo con la loro tesi la difenderebbero a spada tratta. Non stanno giudicando in quel caso? Nel dirsi in disaccordo, non stanno giudicando le idee dell’altro?
Personalmente, se trovo una fallacia logica la attacco con tutto il cuore e la forza, evidenzio le storture logiche, le idiosincrasie, le ipocrisie.
Pongo un dilemma già discusso abbondantemente. Una persona dovrebbe essere libera di esprimere un concetto anche se misogino, razzista, omofobo? E se istiga alla violenza?
Non parlo di legge. La legge definisce precisamente le fattispecie di reato, i temi e le posizioni che non si possono esprimere (vedi l’esempio precedente sull’istigazione all’odio o le discriminazioni tout court).
Da qui nasce spontaneo il desiderio (o la necessità) di proporre una linea oltre la quale queste regole non valgono più.
Non possiamo accettare un discorso nazista. È giusto censurare.
Ma chi decide dove sta la linea? Mi spaventa il pensiero di dare questo compito alla collettività. Perché in Italia la maggioranza ha votato a destra. Perché molte persone, anche se non abbiamo il coraggio di dirlo, non condividono i valori della costituzione.
Non ho una risposta. Evviva il giudizio, evviva il confronto, in certi casi evviva lo scontro. Uno scontro sulle posizioni e sulle idee, mai fisico o con attacchi diretti alla persona.
Non ho paura che mi giudichiate. Preferisco una lotta accesa e viva rispetto al disinteresse dei cittadini alle tematiche sociali. Lo preferisco rispetto all’omologazione del pensiero. Lo preferisco al pensiero che si associ la libertà di espressione all’esigere che quel pensiero non venga criticato.
Che sia solo insicurezza? Che le persone temano di vedersi le tesi smontate perché ci si identificano? Quanto tempo dedica la gente allo sviluppo delle proprie posizioni? Quanto sono solide le loro convinzioni?
Ancora, io la risposta non ce l’ho.