Altro giro altro libro. Come fatto per Coventry, ho evidenziato nel testo le frasi che mi hanno colpito, fatto riflettere, a cui vorrei avere accesso diretto tra qualche anno, quando lo riprenderò in mano.
Una persona mi ha trasmesso la malattia di non volerli rovinare, per cui ho comprato degli sticker di carta sottili da incollare in ogni pagina, in prossimità del passaggio che altrimenti avrei dovuto sottolineare con la matita.
Chi è Umberto Galimberti
Tra i tanti meriti dell’algoritmo di raccomandazione di Youtube c’è quello di avermi fatto apparire, all’età di quattordici anni, un video del filosofo Umberto Galimberti. I suoi temi ricorrenti li conosciamo: i giovani, la tecnica, la religione, i greci. Il difetto del libro è un po’ questo: i ragionamenti vengono ripetuti innumerevoli volte, con gli stessi esempi e con gli stessi riferimenti storici e filosofici, aggiungendo poco o nulla rispetto a ciò che ha sempre detto durante i festival o durante le interviste.
Questo, a mio parere, può essere un buon riassunto:
Il libro nasce dalla raccolta delle lettere che ha ricevuto a seguito della pubblicazione di articoli scritti per la rubrica “D“, inserto femminile di “Repubblica“.
Il tema per cui le ragazze e i ragazzi gli scrivono è, per farla breve, l’attuale condizione dei giovani, quindi si parla di sogni, lavoro, amore, paura della morte, filosofia, religione.
Nella prima parte si parla del fenomeno per cui gli studenti imparano perché subiscono il fascino dei professori, perché non vogliono fare brutta figura e non perdere la stima dei (purtroppo pochi) docenti motivati e carismatici.
La mia esperienza
Io ho ben presente una persona. Una donna. Una docente di lettere. Dal secondo al quarto anno delle scuole superiori, la mia classe ha avuto la fortuna di essere nella stessa sezione in cui lei normalmente insegnava. Una donna di piccola statura, capelli corti biondi, lo sguardo cattivo e l’animo buono.
La cosa che più mi importava era fare bella figura ai suoi occhi.
Un giorno del terzo anno ci consegnò i temi corretti, il mio era un testo argomentativo, lo aveva valutato con dieci decimi scritto in rosso. Che bella grafia che aveva. Non aveva mai nulla fuori posto. Volevo fare bella figura e scelsi proprio la traccia in cui sapevo sarei stato bravo. Tesi e antitesi, indossavo diversi abiti e mi divertivo come fossi in una sartoria dove potevo fingere di essere chiunque volessi. Alcuni colori mi stavano meglio di altri, qualche volta un pantalone che sembrava essere perfetto mi si strappava sul culo al primo movimento. Il suo ruolo era quello di insegnarci a ricucire i pezzi di stoffa, correggere i punti del ricamo, tagliare i nodi che tiravano.
Eravamo un gruppo di quindicenni puzzolenti che frequentava un istituto tecnico e dell’italiano non ne voleva sapere nulla. Il futuro è l’informatica, siamo venuti qui per imparare un lavoro, siamo ad un tecnico e non vogliamo essere come quelli del liceo, faremo il minimo indispensabile. Eppure durante le sue ore non volava una mosca. Ora che ci penso la ricordo con delle movenze simili a quelle di Barbero, le stesse pause, le stesse inflessioni della voce. Eccomi qua, cara professoressa, lei ci è riuscita. Sto scrivendo.
Il libro
Nel resto del libro si alternano frasi autosufficienti e ragionamenti che funzionano nel contesto delle critiche, richieste, complimenti che gli vengono fatti.
Nonostante la veneranda età, riesce a cogliere nel segno i problemi di noi giovani. Come la corsa per sentirsi realizzati. Corsa particolarmente difficile in questo preciso periodo storico. Vogliamo imparare più lingue possibili, essere più indipendenti possibili, studiare il più possibile, fare più esperienze possibile, amare il più possibile e, se si riesce, essere amati il minimo indispensabile.
Il centro del libro però è un altro. La mutazione dei valori. Tutto gira attorno a quello. Proprio per la definizione di quella parola che sta nel titolo: Nichilismo. Alcuni giovani si impegnano nella ricerca di nuovi valori, rifiutandosi di adottare lo stesso spirito di chi, alla caduta dei vecchi ideali, si rassegna.
Una constatazione triste, anche a distanza di sette anni dalla pubblicazione, è che mancano gli spazi per la comunità. La parrocchia ha ricoperto questo ruolo per tantissimo tempo. Ma non è più così. Dio è morto, pochissimi ragazzi frequentano gli oratori e gli unici che lo fanno sono i credenti. Ma tolto questo luogo, cosa rimane? Quali sono i veri luoghi dove le persone si incontrano e socializzano?
I social media
Sono riuscito a trovare le parole per descrivere quella sensazione che spesso mi capita di provare nel risolvere i problemi. Galimberti ci spiega come l’intelligenza convergente trova la soluzione a partire da come il problema è stato impostato, mentre quella divergente ribalta i termini del problema. Forse per pigrizia, forse per mancata capacità di uscire dagli schemi, vedo tante persone rimanere incastrate in delle gabbie che sembrano inviolabili, ma che da un’altra prospettiva risultano facilmente eludibili. Vedo ragazzi che desiderano sviluppare un pensiero critico e divergente usando gli stessi canali che lo impediscono per definizione. Come, ad esempio, ripubblicare un tiktok dove viene esplicitato il desiderio di “saper affascinare le persone tenendo un discorso, saper citare filosofi e collocare nel tempo eventi storici“, per poi continuare in maniera passiva a scrollare per ore guardando balletti o video di gatti. Le due cose non possono coesistere. Lo studio richiede impegno, e diventa sempre più difficile per chi dedica così tanto tempo ai social la cui durata massima per i contenuti è trenta secondi.
La lettura
L’altro problema sono i giovani che non leggono. Al gruppo di lettura a cui partecipo ci sono una trentina di persone. Sono l’unico uomo. Siamo in tre ad essere under venticinque. Il problema è che il nostro cervello non riesce ad avere pensieri ai quali non corrisponde una parola: le parole non sono strumenti per esprimere il pensiero ma sono le condizioni per poter pensare. E se nessuno legge, se il numero di vocaboli che conosciamo diminuisce sempre più, come possiamo fare, come società ad evitare di andare verso il triste mondo di Idiocracy?
La mia fidanzata, mia moglie
Galimberti critica l’uso di “mio” e “mia”. Ma io non riesco a trovare una soluzione. Quale potrebbe essere un’alternativa? Attualmente li usiamo in questo modo: “Ciao, lui è il mio capo / un mio amico / mia mamma / mio figlio”.
A me non sembra indichi il possesso. Il possesso e le dinamiche di potere e di prevaricazione passano per altri gesti e parole, non di certo per l’uso di un aggettivo possessivo.
Il finale. Dio
La parte finale è quella che più mi piace: “Che cosa c’è alla base della ricerca di Dio?”.
In termini chiari ma esaustivi l’autore spiega la dinamica per cui le persone credono. Ciascuno si costruisce un proprio Dio personale che risponde alle sue esigenze psicologiche, un dio degradato a consolazione di ansie, una deresponsabilizzazione delle scelte che si prendono. Ma questa, a nostro parere (che spocchia dire “mia e di Umberto”) è la negazione di Dio.
Chiudo con l’unica delle sue citazioni che non mi stanca mai.
Quando la vita è favorevole espandila e vivila in tutta la sua potenza, quando si annunciano il dolore e la malattia, reggili ed evita di metterli in scena (substine et abstine).
Lo so che sembra tutto sconnesso. Ma questo è quello che mi piace fare. Tirare con le dita la punta di carta che esce dal taglio laterale, leggere il paragrafo, ricollegarlo al pensiero che è nato mentre lo leggevo e alla motivazione che mi ha spinto ad evidenziarlo.