La serie ACAB riesce nell’importante compito di rappresentare i poliziotti per quello che sono: esseri umani.
Un compito difficile, tra le destre che esigono la divinizzazione delle forze dell’ordine e alcune branche della sinistra che le ritraggono come uomini e donne violenti capaci solo di usare indiscriminatamente la forza.
Forse così difficile perché sono entrambi. Il capo squadra che rimane in sedia a rotelle a seguito di uno scontro con i manifestanti è giusto venga riconosciuto come un eroe. Perché eroe è anche chi mette a rischio la propria vita per la difesa della collettività. Ma eroi non sono quelle bestie che approfittano dell’uniforme per usare la violenza in maniera sproporzionata.
Ultras e Celerini
È una serie che fa innervosire sin dal primo episodio. Per una persona che non segue il calcio è inconcepibile vedere le forze armate costrette a scendere in strada per combattere e limitare i danni causati dagli ultras che, con la scusa del calcio, devastano intere città. Come se l’iter fosse accettato, indiscusso, senza possibilità di rimedio, una consuetudine: partita, parata degli avversari nel centro storico, qualche vetrina rotta, urla durante il match, insulti a profusione, botte. Dov’è la sana e divertente competizione sportiva?
Dimenticavo: qualche tifoso schedato, qualche daspo, qualche ferito, ci rivediamo prossima settimana, stesso posto, stesse botte, stesso bordello. Magari inventiamo una scusa nuova.
Il popolo bue
Devo accettare che la rappresentazione del popolo italiano sia ben riuscita. L’italia non è quella che vivo io, quella fatta dai workshop, dai poetry slam, dai locali fighetti, dai ragazzi che studiano tutto il giorno in biblioteca. È fatta anche di tutte quelle persone che ritengono legittimo appendere striscioni con scritto “Prima gli Italiani” e minacciare un immigrato nel momento in cui gli viene assegnata una casa popolare o che esultano quando vedono l’inseguimento di una gazzella che porta ad un morto, la sola colpa di non essersi fermato ad un posto di blocco (vedi Ramy a Corvetto).
E me ne vergogno.
La violenza sessuale
La costruzione della scena in cui il padre (poliziotto) si confronta con la figlia (stuprata) è perfettamente sbagliata.
La tavola è rotonda, la corda che collega i due punti sulla circonferenza è la più lunga che ci possa essere, quella che i matematici chiamano diametro. Stanno agli opposti. È un interrogatorio, in cui ci si deve giustificare, giustificarsi per essere stata vittima e non essersi comportata nel migliore dei modi, per aver scritto al violentatore, per essere cascata in quella trappola in cui si tenta di normalizzare il gesto che troppo spesso porta ai primi titoli che infestano le prime pagine dei giornali.
Il classico esempio di un genitore che non sa fare il genitore.
Ultimo episodio
È tutto stuort stu mund ‘e merd.
È tutto storto sto mondo di merda. Lei (vittima di violenza) piange e lui (violentatore) ride. E la giustizia non riesce a far giustizia. E se la giustizia non riesce a far giustizia ce la facciamo da soli. Ma quali dei diritti e delle pene, chi violenta è n’omm e merd, e gli va fatto capire lo sbaglio. In questo caso la tortura è legittima.
La mia ovviamente è una critica al modo di pensare, alle evidenti fallacie logiche, non alla storia inventata.
Un invito a tutti: meno calcio e più Cesare Beccaria.
P.s. Hai mai ascoltato Scialla Semper di Massimo Pericolo?